Cominciamo bene, con un pieno di… sesso.

Immaginatevi alla guida di una decapottabile americana, immerse in una luce dorata, cappellino maculato in testa e occhiali da diva calcati sul naso. Vi fermate a fare il pieno e pronunciate la password “dreamland letteralmente terra dei sogni. A questo punto l’aitante benzinaio sale in auto con voi per esaudire tutti i vostri desideri, non so se mi sono spiegata…

“dreamland”

Vi sembra una situazione bizzarra?

In realtà è tratta da una storia vera ed è inserita nella trama di questa bellissima miniserie “faction” in sette puntate, disponibile su Netflix, che intreccia verità (facts) e finzione (fiction).

L’affascinante personaggio di Ernie West (impersonato dall’attore Dylan McDermott) si ispira infatti a Scotty Bowers che, dopo aver prestato servizio come marine, si trasferì a Hollywood nel 1946 e cominciò a lavorare alla Richfield Oil gas station, in Hollywood Boulevard, offrendo servizi alquanto particolari.

Scotty Bowers – Dylan McDermott

Rifornimenti a parte, la serie di Ryan Murphy e Ian Brennan, combina in maniera eccellente personaggi e storie vere con personaggi e storie inventate.

Ambientata nel secondo dopoguerra, HOLLYWOOD, lo avrete capito, è una serie piccantina, ironica ma per nulla superficiale, che ricostruisce gli anni d’oro del cinema americano, una possibilità di svolta per centinaia di ragazzi e ragazze accalcati fuori dagli Studios per un ruolo da comparsa a 10 dollari al giorno.

È in nome di quell’enorme insegna scintillante che nella serie si intrecciano storie di successi, fallimenti e amore, si sfasciano famiglie e nascono nuove coppie.

È lì che si trova Jack, giovane aspirante attore, disposto a tutto pur di realizzarsi, non l’unica figura chiave della narrazione e forse alla fine la meno interessante, giudicherete voi.

 

A questo punto è impossibile scrivere oltre senza “spoilerare”.
Ma se volete respirare polvere di set, nel dietro le quinte delle riprese cinematografiche degli Studios, e ancora… farvi coinvolgere in intrighi, sfide e rivincite, sapendo che non è tutta finzione, questa è la serie che fa per voi.

 

Chicche ne abbiamo?

In quegli anni lo strapotere degli Studios era imperante e pregiudizi di razza, genere e sessualità non si sprecavano. Vigeva il Codice Hays – al quale i produttori dovevano attenersi – che non consentiva ruoli importanti a donne di colore e bandiva i gay, sebbene uno dei più potenti agenti dello Star system lo fosse.

Nella serie compaiono (impersonati da attori) l’attrice sino-americana Anna May Wong, Rock Hudson, Hattie McDaniel – che fu la prima afroamericana a vincere un Oscar – e il temutissimo agente delle star Henry Willson  (Jim Parsons, lo Sheldon di Big Bang Theory).

Jim Parsons – Henry Willson

È noto che Henry Willson abusasse dei suoi clienti procurando loro ruoli nelle pellicole in cambio di favori sessuali. Non è dato sapere se in seguito si pentì, di certo non lo fece negli anni Quaranta, visto che un decennio dopo costrinse Rock Hudson a sposare la sua segretaria pur di zittire le voci sul suo conto.

Una miniserie che ha la durata giusta, bella visivamente e con una sceneggiatura che ammalia.

 

Dimenticavo… la password “dreamland” non funziona con i benzinai del 2020.

A presto con altre pellicole di cinema therapy.

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vale.raffa@libero.it

Valeria, imprenditrice eclettica, si diploma in scenografia teatrale e televisiva all’Accademia di Belle Arti di Brera. Creativa appassionata di cinema e design fonda nel 2009 un’agenzia di branding e comunicazione alla quale dà un nome non a caso cinematografico: Cabiria. Con l’ascendente in bilancia, amante del bello e della natura, crea nel 2019 Amaze Naturally Independent, un brand beauty che rivendica bellezza e indipendenza oltre ogni genere di appartenenza. Con un libro in corso e tanta voglia di scrivere, da sempre crede nel cinema come terapia anche nella vita.

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